Brani tratti da pubblicazioni di Mario Moretti

Correva l'anno 1981. Al primo incontro non c’eravamo piaciuti. Solo un anno dopo eccomi lì. Recidivo, nello scantinato borromiano della Chiesa Nuova. Un'aria mefitica, un'umidità da bronchite fulminante, rigagnoli di fogne aperte e mura fatiscenti. E poi, soprattutto, nessuna atmosfera. Nessuna “vibrazione teatrale”, nessun segnale. Insomma, roba da levarsi da lì al più presto e non metterci più piede. Così m'ero detto. Invece ci ero tornato, per nuovi sopralluoghi. Lo spazio era di pertinenza del Comune, “che avrebbe potuto assegnarcelo”.

Combinammo un incontro in loco con Renato Nicolini, allora Assessore alla Cultura del Comune di Roma. Il “meeting” con lui fu determinante. Renato venne, vide, assegnò. Con sconcertante rapidità. Dopo questa assegnazione molto poco formale, era seguita una lettera d’impegno da parte dell’Assessorato alla Cultura. Più tardi scoprimmo che i termini di questa attribuzione erano per lo meno impropri. Ma tant'è. A caval Renato non si guarda in bocca. E poi, Nicolini era o non era l'Assessore d'assalto che aveva inventato l'Estate Romana e che tutto il mondo ci invidiava? Ci rimboccammo le maniche e ci mettemmo al lavoro. Trovato il nome ai locali – Teatro dell'Orologio, per via della contiguità con la piazza omonima – procedemmo all'inaugurazione. Inaugurazione? Si fa per dire. Non avevamo spostato niente, lì sotto. Era luglio, la cosa migliore ci era sembrata quella di dare il via ai giochi teatrali partendo proprio da Piazza dell'Orologio. Sgombrata delle macchine, grazie alla complicità del Comune, era bellissima. Come comici della Commedia dell'Arte vi avevamo innalzato in quattro e quattr'otto un palco. Nella piazza, anch'essa borromiana, rivivevamo le feste barocche di Piazza Navona. Dalla piazza, libero accesso al “teatro”. Lì, underground, nei locali sbrecciati e anneriti, la folla sciamava allegramente. Era stata una giornata non-stop, piena, felice. I primi fantasmi teatrali avevano cominciato ad abitare nella ex-carbonaia dell'Oratorio dei Filippini.

Ancora oggi, vent'anni dopo mi chiedo: cosa mi spingeva a impegnare il mio tempo, le mie energie, i denari, in un'impresa così poco invitante, tra pastoie burocratiche e vincoli della Sovraintendenza alle Belle Arti? Chi me lo faceva fare, insomma? Cos'era quella che Goethe definiva la “vocazione teatrale”? Cosa mi guidava, questa frase del “Meister”, per caso? “il teatro è un mestiere gravoso, e scarsa ne è la ricompensa, ma immensa è la felicità che a volte può donare”. In ogni caso, non potevo tornare indietro. Furono mesi di durissimo lavoro. Non avevamo ricevuto un soldo dal Comune di Roma. Tutto fu fatto a nostre spese. Nel gennaio 1982 la cantina maleodorante era diventata la secondo multisala italiana (dopo il Teatro in Trastevere). Insomma, l'obbiettivo era raggiunto. Ma come sempre, quando mi accade di conseguire uno scopo, fui assalito dai dubbi. Un malessere diffuso, dal fondo del quale tirai giù questi pochi versi:

 

PER UN TEATRO IN COSTRUZIONE

il calcinaccio cade dai ponteggi

la travatura è fresca di tintura

e l'impianto va mattonellato

Le porte di ferro rossoarancio

si chiuderanno

su un'utopia

che ha i dati del reale

Ecco: il teatro ha le sembianze

d'un revenant spuntato

improvviso da una quinta

E' attonito e scontroso

come stupito d'esser nato

al mondo

Ora ha il volto plausibile

del vero

ha montaliani liniamenti fissi

Concreto è il muro più volte

edificato nella mente

Ha le dita gelate l'architetto

e l'ingegnere non ha più

progetti

E presto

alla chiusura dei lavori

dalle mani incrostate

di colori

spunterà sopra il palco

una bandiera.

Il teatro

è un desiderio di sipario rosso

di “cieli” neri

di “americane” irsute

di “ritorni”

di cantinelle impiccione

di diàfani fondali pelle

d'uovo

E presto

sarà polvere e sudore

Ma allora

da dove viene

questo vento di morte?

 

PER NON CONCLUDERE

Come mi pare di avere già detto, tra le prime teatrali e il resto si sono prodotti in questi anni un migliaio di incontri con il pubblico romano. Impossibile documentare, impossibile non dimenticare. Molti errori sono stati commessi – ho commesso - nella compilation dei venti cartelloni. Spesso ho sbagliato sapendo di sbagliare. Tranne l'opportunismo, il calcolo, il tornaconto personale, i motivi possono essere tanti. In primo luogo, la ferma determinazione (in fondo, ero e sono presidente dalla SIAD, Società Italiana degli Autori Drammatici) di favorire la ricerca e la valorizzazione della drammaturgia italiana d'oggi. Sette rassegne di autori italiani “under 35” la dicono lunga, in proposito: ma non erano contenute solo lì, le famigerate “novità italiane”. Un altro criterio di scelta poteva essere dettato dalla volontà di recepire proposte per la sua attualità, per la sua pregnanza culturale, per la sua rispondenza ai miei gusti.

A conti fatti, comunque, questi anni sono esistiti ed hanno dato all'Orologio la sua fama di luogo culturalmente attrezzato. E, soprattutto, di luogo dove esiste un' impalpabile fluidità positiva: si è creata quella vibrazione favorevole che all'inizio, alla vista – non fu amore a prima vista – dei locali maleodoranti e dissestati non avevo avvertito. Il merito di avere creato – e mantenuto – il fascino dell' “allegra catacomba” per dirla con Gregoretti, va comunque alla squisitezza delle collaboratrici che si sono avvicendate all'Orologio. Grazie, Paola, Minny, Nicoletta, Daniele, Carla, Ivana: si deve a voi se il pubblico e le compagnie sono state sempre accolte con grazia, con attenzione, con pazienza, con signorilità. E grazie al Trio Rotunno – Daniela, grande sacerdotessa, Susanna e Paola, vestali dell' Orologio.

A consuntivo di questi anni, mi preme la necessità di riaffermare la funzione dei piccoli spazi. I cosiddetti “teatrini” devono essere, per la loro stessa natura, libere università dello spettacolo in grado di fornire ricambi di quadri artistici, vetrine di nuovi talenti, scuole di sperimentazione drammaturgica contemporanea, italiana e non.

L'Orologio è un conferma del fatto che solo in teatri come questo è possibile svolgere un'attività senza sentirsi condizionati dal Mercato, dal Potere, dalla Distribuzione. Qui si può essere liberi. E qui, tanto per non concludere, si può anche ricominciare.

Mario Moretti

 

MEMORIA STORICA, AMMINISTRATIVA, ARTISTICA


L'ASAPQ - Teatro dell'Orologio, intestataria dell'assegnazione da parte del Comune di Roma degli spazi di via dei Filippini, ha iniziato l'attività nel 1981/82. Le condizioni dei locali al momento dell'ingresso erano disastrose: l'abbandono più completo, mura fatiscenti, rigagnoli di fogne aperte, assenza di impianti elettrici e sanitari, umidità da bronchite fulminante; insomma, era pressoché impossibile la sopravvivenza per qualsiasi essere umano non “anfibio”. Fin dai primi anni di attività con grande difficoltà e sacrifici sono stati eseguiti lavori sostanziali di bonifica, deumidificazione e risanamento degli ambienti abbandonati e impraticabili fino ad allora. Tutto è stato fatto senza alcun contributo da parte del Comune e senza la possibilità di partecipare a bandi comunali, dal momento che operiamo in uno spazio comunale. In questi anni grazie a molteplici energie, cospicui investimenti economici personali, e con il contributo di professionalità artistiche riconosciute, la cantina maleodorante di via dei Filippini di proprietà comunale è diventata il Teatro dell'Orologio – multisala off. Spazio culturale tra i più conosciuti e stimati nazionalmente e internazionalmente, vivaio di giovani leve (autori, attori, registi, operatori culturali) che altrimenti non avrebbero trovato presso i teatri ufficiali un luogo adeguato per svolgere la loro creatività e che, per questo, ha contribuito significativamente allo sviluppo e la valorizzazione culturale della città di Roma. È impossibile elencare tutti gli artisti che si sono succeduti in tutti questi anni durante la direzione artistica di Mario Moretti (storico fondatore insieme a Daniela Rotunno del Teatro dell'Orologio). Possiamo accennare ad alcuni “debutti di lusso”: Flavio Bucci, Sergio Castellitto, Margherita Buy, Alessandro Bergonzoni, Lella Costa, Benedetta Buccellato, Lunetta Savino, Francesco Pannofino, Neri Marcorè, Alba Rohrwacher e tanti, tanti altri.

Dopo un intermezzo dovuto all'allontanamento per motivi di salute e alla scomparsa di Mario Moretti, è avvenuto un ricambio generazionale con la direzione artistica di Fabio Morgan. Negli ultimi due anni Fabio Morgan, con la collaborazione di Leonardo Ferrari Carissimi insieme ad uno staff organizzativo, promozionale, amministrativo di operatori giovani, motivati e artisticamente attrezzati, ha ripreso l'eredità artistica progettuale degli anni più proficui dell'Orologio, riportando sulla scena romana uno spazio tra i più incisivi culturalmente per la formazione di un sistema teatrale articolato e vitale.
Alla luce di una più che trentennale attività artistica da tutti riconosciuta, che ha fatto del Teatro dell'Orologio una realtà insostituibile per la città di Roma, si sta svolgendo la risoluzione della pratica con il Patrimonio (più volte avviata in questi anni su nostra sollecitazione e più volte abbandonata), atto che ci permette di sbloccare il contributo assegnato dalla Regione attraverso bando del 2009, vinto per il valore della nostra storica attività artistico - culturale, e di eseguire i lavori di messa a norma dello spazio, condizione indispensabile per la definitiva sistemazione.
In questo modo si potenzia questa esperienza “singolare” frutto di un rapporto “virtuoso” tra associazione privata e amministrazione pubblica come esempio (mai necessario come in questo momento) di corretta politica amministrativa.